
Domenico Pellegrini
(Galliera Veneta 1759- Roma 1840)
“Le di lui carnagioni son vive, scorre per sotto il sangue…”:
Venezia, Roma, Londra; ancora Venezia e Londra, quindi Lisbona, Londra di nuovo, Parigi, infine Roma. Solo elencare le città d’Europa dove compì lunghi soggiorni ci dà la misura ‘europea’ di Domenico Pellegrini, un pittore che davvero merita di venire riscattato da una ‘sfortuna’ critica che si giustifica solo con la ‘sfortuna’ in generale dell’arte neoclassica. Basti fare il nome di Antonio Canova per rendersi conto di quanta strada si è fatta ormai per reciperare il grande scultore, oggi considerato da tutti di prima grandezza, ma fino a trenta-quarant’anni fa ancora ritenuto artista di secondo piano.
Domenico Pellegrini era partito da un paese della campagna padovana, Galliera Veneta, dove ebbe i natali nel 1759. Frequenta giovanissimo l’Accademia di Venezia sotto la guida del pittore Ludovico Gallina, artista ligio al dettato classicista, ma ben presto se ne distaccò per una naturale propensione al colore, affascinato com’era dal cromatismo di Tiziano. Già nei primi anni ’90, un pittore all’epoca celebre, Antonio Cavallucci, vedendo un’opera del Pellegrini esclamò con tono quasi risentito: “Questi benedetti veneziani nascono coloristi e non hanno che a prendere la tavolozza!”, a dimostrare le capacità che accompagneranno per tutta Europa il pittore di Galliera.
E’ durante il suo soggiorno a Roma del 1784, realizzato quale completamento naturale alla formazione di un giovane del tempo – basti ricordare Canova -, che entra in contatto con gli artisti di punta del neoclassicismo europeo come Angelica Kauffmann, Gavin Hamilton e, naturalmente, Antonio Canova. Con lo scultore di Possagno, Pellegrini manterrà rapporti di sincera amicizia, ben testimoniati dal carteggio intercorso fra di loro. Le prime prove pittoriche lo vedono debitore del gusto classicista della Kauffmann, ma sempre con attenzione al dato cromatico.



Come scrisse nel 1837 Francesco Zanotto commentando i dipinti dell’Accademia di Venezia:
“Le di lui carnagioni son vive, scorre per sotto il sangue…”.