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sei in:  Il Comune  -  Cultura  -  News Cultura  -  25 Aprile 2010
29 aprile 2010
L’Amministrazione Comunale di Galliera Veneta per celebrare il

25 APRILE - FESTA DELLA LIBERAZIONE

ha organizzato una gita al Museo di Longarone e
al cimitero monumentale di Fortogna
per commemorare la tragedia del Vajont



"Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi."
(Dino Buzzati)
 

La frana del Vajont merita di essere ricordata non solo per le dimensioni della catastrofe, ma anche perché si tratta di un fenomeno naturale trasformato in tragedia dall’uomo e come tale può costituire un insegnamento per prevenire fatti simili.

Molti versanti instabili sono costituiti, come quello del Monte Toc alla cui base scorre il Torrente Vajont, da frane stabili da molto tempo, difficilmente riconoscibili come tali. Questa condizione porta a trascurare segnali premonitori di una ripresa dei movimenti e quindi il potenziale pericolo, come accadde il 9 ottobre 1963 quando la frana scesa dalla pendice del Monte Toc nel sottostante lago sollevò un’ondata alta circa 200 metri che distrusse la cittadina di Longarone provocando circa 2000 vittime. Gli errori, l’imprevidenza e l’irresponsabilità di tecnici ed amministratori nel valutare la situazione di allora dovrebbe sempre essere tenuta presente quando frane attuali manifestano gli stessi segni premonitori.

«Quello che resta, dopo più di quarant'anni, è soprattutto la rabbia. Superarla significa trasformare la tragedia in un insegnamento». Pierluigi De Cesero, sindaco di Longarone, il comune più colpito dal disastro del Vajont, è solo uno dei numerosi parenti delle vittime del disastro. Sono stati loro a chiedere e ottenere che tutta la documentazione della tragedia, conservata all'Aquila, diventasse consultabile dagli studiosi.

Gli atti processuali, le fotografie dei paesi travolti dalla frana, le planimetrie dei posti del disastro, tutto quanto era prima conservato nel tribunale dell'Aquila, è stato depositato lo scorso 14 marzo nell'archivio di Stato e, dopo più di quarant'anni, potrà essere consultato da storici e studiosi per fare luce su una strage che causò circa duemila vittime. Il trasferimento è stato ufficializzato ieri pomeriggio. Si tratta di 280 faldoni già depositati in armadi blindati, ieri aperti per la prima volta. I documenti occupano un'intera stanza dell'Archivio, ribattezzata «sezione Vajont».

Negli armadi, acquistati per l'occasione, sono custoditi fascicoli polverosi con testimonianze, giudizi, atti del disastro. Tra le carte anche alcune fotografie: Longarone sotto la frana, i volti delle vittime che spuntano dal mare di fango, gli inutili soccorsi. La preziosa documentazione avrebbe dovuto essere consegnate all'Archivio di Stato quarant'anni dopo la conclusione del procedimento, nel 2011. Tuttavia, a causa della particolarità dell'evento e per andare incontro alle comunità di Longarone e del Vajont, che da tempo chiedevano di poter disporre degli atti processuali, il tribunale e l'Archivio di Stato dell'Aquila hanno stipulato una convenzione per trasferire i documenti prima del quarantennio previsto. Questi saranno ordinati e catalogati per consentire di proseguire e approfondire gli studi sul disastro.

Tre giorni dopo il disastro, l'11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione. Suo compito è quello di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo.
Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell'anno.
Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L'Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta.
Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.
Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.
Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.
Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fa attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982.
Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire. (http://www.vajont.net)



Il Sindaco
Stefano Bonaldo